In questa puntata, analizziamo brevemente il perchè del mixaggio e le sue basi quali uniformità dei BPM, sincronizzazione della battuta musicale e cosa succede se questi vincoli non vengono rispettati
Quella che segue è la trascrizione della puntata.
Continuiamo il nostro viaggio all’interno della Hercules DJ MP3 e2 guardando un attimo a quel’è lo scopo del DJ. Lo scopo del DJ è quello di mixare in modo corretto due brani musicali per evitare imbarazzanti momenti di silenzio per esempio durante una festa o un ballo. Cosa significa mixare? In modo riduttivo significa passare da un brano ad un altro con il minor trauma possibile ossia tipicamente fare in modo che chi ascolta non si renda neanche conto che si è passati da un brano ad un altro.
Vediamo cosa significa tutto questo con un esempio. Abbiamo usualmente un brano musicale che sta andando. Ad un certo punto un secondo brano si insinua sopra al primo. Questa unione, come detto deve essere il meno traumatica possibile. Dopo qualche secondo, si passa al secondo brano.
Quali sono i vincoli che permettono un mixaggio fatto a regola d’arte. Ve ne sono ovviamente di differenti e dipendono da brano a brano ma due sono quasi sempre presenti.
Innanzitutto che il numero di battiti per minuto (BPM) dei due brani sia identico. Il secondo vincolo è che vi sia una sincronizzazione iniziale tra le parti ritmiche dei brani ossia, tanto per intenderci, che i due brani facciano “pum” allo stesso momento.
Come mai questi due vincoli sono praticamente sempre presenti all’interno di un corretto mixaggio? Cosa succede infatti se uno di questi due vincoli viene a cadere.
Prendiamo ad esempio il caso in cui i due brani abbiano si lo stesso numero di BPM ma vi sia un’errata sincronizzazione iniziale? In questo caso si avrebbe un accavallamento desincronizzato delle parti ritmiche che risulta fastidioso all’orecchio, impedisce di ballare e ovviamente fa capire che vi sono due brani sovrapposti.
Se invece si ha la sincronizzazione iniziale ma i due brani hanno una seppur lieve differenza nel numero di BPM allora la sovrapposizione inizia avendo un’unica parte ritmica quando ecco che più o meno lentamente le due parti si separarano producendo dapprima una lieve desincronizzazione che si farà però sempre più ampia fino ad avere una totale separazione delle due parti ritmiche e una cacofonia.
Ovviamente il quanto debba essere precisa la corrispondenza tra il numero di BPM delle due canzoni dipende da quanto si vuole che sia lunga la sovrapposizione dei due brani. Per esempio ci sono dei casi in cui si passa istantaneamente dall’ascolto di un brano e l’altro. In questo caso una leggera discrepanza nel numero di BPM tra i due brani è accettabile e non è avvertibile dagli ascoltatori a meno che essa non sia eccessivamente ampia. Infatti anche con passaggi di questo tipo non è consigliabile mixare ad esempio un brano da 80 BPM con uno da 150. Analogo discorso per sovrapposizioni di breve durata.
Non lo è se invece, all’estremo opposto, bisogna fare una sovrapposizione di parecchi secondi o addirittura di minuti. In questo caso il numero di BPM deve essere esattamente identico.
Questi sono i due vincoli praticamente imprescindibili per un corretto mixaggio a cui ovviamente se ne aggiungono altri, diciamo secondari ad esempio il vincolo melodico. Le due melodie all’atto della sovrapposizione devono essere simili o comunque devono amalgamarsi in modo armonioso.
E’ d’aiuto per la realizzazione di questo vincolo l’utilizzo di versioni dei brani musicali chiamate remix ossia delle variazioni dei brani originali che contengono ampie parti in cui la sezione ritmica è preponderante e sono quini utilizzabili in fase di ingresso e uscita del brano.
Ma una delle cose sicuramente da evitare è la sovrapposizione di parti cantate nei due brani. E’ praticamente impossibile mixare in modo corretto una sezione del brano A in cui l’artista sta cantando con una sezione del brano B in cui anche l’altro artista sta cantando.
C’è poi da fare una distinzione tra mix pianificati o meno. I mix pianificati sono quei mixaggi preparati in precedenza, studiati a tavolino e poi eseguiti in un DJ Set. Invece i mix non pianificati sono quei mix creati sul momento perchè magari un partecipante alla festa vi chiede un brano particolare che non è nella vostra scaletta di mix pianificati In quel caso dovete quindi improvvisare ed inserire il brano manualmente.
Noi in questo corso tratteremo usualmente solo e soltanto di mix pianificati preparati a tavolino.
Per effettuare un mixaggio tra un brano in ascolto ed un altro è necessario avere la possibilità di ascoltare entrambi contemporaneamente. Nei mix non pianificati si fà questo mandando in cuffia il secondo brano e appoggiando la cuffia ad un solo orecchio mentre nell’altro si ascolta il primo brano dall’impianto di amplificazione.
Questo presuppone che se il nostro impianto è formato dalla Hercules DJ Control MP3 e2 e da un computer , il computer debba avere due schede audio, una dedicata all’audio principale e una al preascolto.
Pur essendoci soluzioni professionali anche della Hercules stessa, seppur abbastanza costose, si può risolvere il tutto acquistando, per meno di dieci euro, una schedina audio USB che di solito ha solo due fori, quello per il line-in e quello per la cuffia.
Ovviamente questa modalità è supportata dal software VirtualDJ che, nelle sue configurazioni, permette di impostare la doppia uscita separata per lineout e preascolto e le due schede audio.
Nel caso di una configuazione di questo tipo, il preascolto viene fatto utilizzando i due bottoni presenti sopra i fade verticali, uno per il deck A e uno per il preascolto del deck B.
Anche se è buona norma avere sempre due schede audio per avere la possibilità del preascolto noi, grazie al fatto che lavoreremo sempre e solo con mix pianificati, faremo a meno della seconda uscita e del preascolto.
Nella prossima puntata, vedremo come si realizzavano i mixaggi prima dell’avvento del computer e come il computer e VirtualDj ci aiutano invece ora ad eseguire dei mixaggi perfetti.
Con questo articolo iniziamo ad esplorare il mondo dei DJ e dei mixaggi o missaggi audio, viaggio che ci porterà, nel tempo, ad imparare i rudimenti e le tecniche per eseguire una perfetta transazione tra due brani musica.
Andiamo quindi subito ad incontrare lo strumento principale che ci accompagnerà durante tutto questo percorso didattico e musicale: la console Hercules DJ Control MP3 e2
ultima nata tra le console da DJ USB.
Nei prossimi articoli avremo modo di sviscerare vita morte e miracoli di questo piccolo ma grande prodottino. Per ora vi do solo alcune informazione sulla DJCE2 che, come anticipato, è una pura console USB in modalità MIDI. Questo significa che non ha al suo interno alcuna scheda audio e deve quindi appoggiarsi ad un PC per la gestione dei file audio, l’uscita e il preascolto in cuffia.
La console viene fornita con una versione limitata del software Virtual DJ che permette comunque di iniziare a lavorare e promette ore di divertimenti con mixaggi e scratch. Ovviamente, come sempre, se volete fare il salto e diventare veri DJ è d’obbligo il passaggio alla versione Pro del software.
La Hercules DJ Control MP3 e2 costa intorno al centinaio di euro ma li vale tutti in quanto racchiude in un piccolo e leggero prodotto tutto quello che si può chiedere per gestire in modo semplice ed efficente le proprie creazioni musicale.
Per concludere vi lascio con il video che mostra l’apertura e il contenuto della confezione del prodotto e con l’installazione dei driver e della versione limited di Virtual DJ.
Via anticipo, da subito che, nel prossimo articolo dedicato a questo argomento, vedremo nel dettaglio i singoli elementi della console e come questi elementi vengono rimappati e utilizzati da Virtual DJ.
Ho avuto la possibilità, in questi giorni di provare un Asus Eee Box, un miniPc di dimensioni veramente contenute ma con performance di tutto rispetto,con caratteristiche quindi che lo rendono ideale come postazione di office automation veramente poco ingombrante.
Il prodottino, nonostante le dimensioni minime (178×223x16mm per un peso di 1,1 Kg) si presenta con una dotazione hardware di tutto rispetto. Il motore è il classico e affidabile processore Intel Atom N270 a 1.6 Ghz affiancato da 1Gbyte di RAM espandibili, il che non guasta mai, a 2 Gbyte. Un HD capiente di 160Gbyte e una scheda grafica INTEL 945GSE fanno si che le prestazioni del prodotto siano ottimali anche con sistemi operativi che richiedono grafica e velocità come il windows manager Compiz di Linux o come gli effetti Aero di Windows 7. Ovviamente non potevano mancare le interfacce di rete sia di tipo Ethernet 10/100/1000 che wireless in tecnologia 802.11n per un accesso ottimale e veloce alla rete locale e INTERNET. Completa la dotazione una scheda interna audio 5.1 e un card reader. Il prodotto provato era equipaggiato senza sistema operativo o meglio era equipaggiato con il solo Splashtop, distribuzione Linux rinominata da Asus Express Gate, che permette di usufruire di browser, email, skype in meno di 10 secondi dall'accensione del PC.
Non essendo ovviamente interessato a questa funzionalità ho provveduto subito a rimuoverla anche per avere quei due/tre secondi in meno all'atto del boot. Quindi, come prima cosa, ho provveduto ad installare sopra Windows XP Home tramite un CDRom USB esterno.
L'installazione ha avuto pieno successo e la successiva installazione dei driver contenuti all'interno del CD di supporto fornito con l'Eee Box ha permesso l'immediato riconoscimento e fruizione di tutte le periferiche del prodotto. La velocità nell' installazione e nell'utilizzo di software di office automation, di browser, antivirus e programmi di posta elettronica hanno confermato le capacità di questo prodotto di essere vincente ove siano necessarie funzionalità di accesso alla rete, di elaborazione di testi, fogli elettronici e grafici. Non è stato possibile effettuare delle prove spinte riguardo alla parte grafica ma la conferma di funzionamento di elementi quali Compiz o Aero fa ben sperare per l'utilizzo di questo prodotto anche in un ambito ludico. La foto sopra mostra il prodotto poggiato su una base metallica che lo pone in verticale sulla scrivania ma, cosa ancora migliore al fine di ottimizzare gli spazi di lavoro è il suo posizionamento dietro il monitor. L'Asus Eee Box prevede infatti un supporto da posizionare dietro ai monitor conformi allo standard VESA 75 e 100. Infatti, se fate caso, sul retro del vostro monitor LCD troverete quattro fori disposti ai vertici di un quadrato di lato rispettivamente 75 o 100mm a seconda dell'aderenza al primo o al secondo standard. Questi fori servono, di solito, a posizionare il monitor su staffe o a parete. L'Eee Box usa tali fori come punto di aggancio per il fissaggio del prodotto sul retro del monitor.
Nonstante l'infima qualità del monitor, un 15'' datato, l'Eee Box fà sicuramente mostra di se; non credete?
Benvenuto in “The Dome”
Con questo preludio, in quarta di copertina, inizia l’incubo che vi catapulterà a Chester’s Mill, anonima cittadina del Maine che sta per essere tagliata fuori dal resto del mondo da una invisibile quanto impenetrabile e misteriosa cupola.
E’ con questo banale quanto geniale artificio letterario, Stephen King, noto autore di romanzi horror, riesce a teletrasportare un paesino degli Stati Uniti in un nuovo universo in cui vengono stravolte le regole sociali, in cui, quello che, in situazioni normali sarebbe un semplice depressione, una semplice mania di grandezza viene esasperato all’ennesima potenza tirando fuori il peggio della natura umana. Tutto ciò senza fisicamente spostare di un metro la cittadina.
Il libro si preannuncia un ottimo acquisto fin dalla bellissima copertina che, una volta letto il libro, riassume esattamente la catastrofe che si abbatte su Chester’s Mill.
Ovviamente tutte le aspettative della copertina vengono assolutamente ripagate. Il libro è sicuramente uno dei migliori romanzi di Stephen King che, personalmente, nelle ultime uscite aveva perso molto della sua vervè iniziale e si era lievemente ripreso solo con l’ultimo suo romanzo “Duma Key”.
Con “The Dome”, King raggiunge di nuovo il suo culmine e lo fà con un romanzo che, nonostante l’apparenza, non contiene al suo interno mostri sovrannaturali ma solo mostri umani che diventano tali semplicemente perchè le nevrosi, le manie e i peggiori difetti insiti nell’uomo stesso vengono portate all’esasperazione dalla cupola.
La cupola stessa, e lo dico senza che possa essere uno spoiler, è ovviamente creata da una civiltà aliena ma anche cosi la presenza aliena è veramente marginale e, su un libro di oltre mille pagine, è rilegata ad una ventina di pagine. Il libro infatti non tratta del perchè e del come la cupola sia li ma tratta di ciò che l’isolamento di una cittadina degli Stati Uniti produce al suo tenue tessuto sociale che va in frantumi di li a pochi giorni fino ad arrivare ad una città sotto il controllo e l’oppressione della forza di polizia che, nel corso delle ore, viene ad essere costituita solo dalla feccia giovanile della cittadella e con a capo un politico corrotto, produttore di droga e pazzo fino al midollo.
Il libro mi ha fatto ricordare un corso che ho seguito all’università e che si chiamava “Catastrophe Teory”. tale corso definiva sostanzialmente la struttura matematica in cui alcune situazioni che sembrano lineari e non caotiche vengono a trovasi in bilico su di un punto critico e che, a causa di un infinitesimo cambiamento, si tramutano in una situazioni catastrofica. Chester’s Mills si trova in questo punto critico e la cupola trasformerà per sempre la faccia di questo paesino.
Se va trovata una seppur blanda nota negativa al libro è che contiene un po’ troppi personaggi. D’altra parte è inevitabile in quanto a Chester’s Mills tutto e tutti sono concausa del disastro finale ed è quindi giusto e obbligatorio seguire la loro vicenda nella globalità. Stephen King ci porta quindi a seguire la vicenda di oltre 60 personaggi primari e secondari e devo dire che, a causa di questo, spesso e volentieri quando si passa da una scena ad un altra con nuovi personaggi, a parte i principali, si fà un momento fatica a capire di chi si sta parlando e cosa ha fatto in precedenza ma basta comunque poco per ottenere un riferimento che ricollega il personaggio a quello letto in precedenza.
Dopo tutto ciò siete pronti ad entrare a Chester’s Mills prima che scenda la cupola? Io vi consiglio di no. Statevene comodamente seduti in poltrona all’esterno della cupola e guardate ciò che accade dentro la cupola con gli occhi del nostro re dell’horror.
Per chi ama giocare sul computer, soprattutto con giochi RPG, e non ha ancora una tastiera Logitech della serie G allora non può proprio esimersi dall’acquistare questa G13 che non può definirsi tastiera in quanto non ha tutti i tasti e le lettere di una tastiera normale, quanto una gameboard.
La G13 offre un confort perfetto in quanto la forma ergonomica si adatta perfettamente alla posizione della mano e del polso.
Sebbene la G13 possa essere usata quale unico strumento di gioco grazie alla presenza del Joystick sulla destra in posizione ideale per essere usato dal pollice sinistro, è altresi vero che ogni giocatore che si rispetti non lascerà la mano destra inutilizzata ma la userà per impugnare un mouse di alto livello per la gestione della prospettiva del player. A causa di ciò il Joystick viene comunque spesso delegato alla semplice funzione di esecuzione di comandi.
La G13 si presenta in una confezione semplice e funzionale, come sempre ci ha abituata la casa produttrice di tale prodotto.
Il software intuitivo al massimo, non solo riconosce immediatamente i giochi installati sul computer ma automaticamente carica un profilo diverso per ogni gioco, rimappando opportunamente i tasti funzione.
La G13 ha un ampio display configurabile di 160×43 pixel su cui possono apparire diverse informazioni tra cui, di default, sono caricati un simpatico orologio, un controllo della RAM e della CPU della macchina, un player multimediale, un lettore RSS e cosi via.
Il display stesso e tutti i tasti sono retroilluminati ed è possibile configurare il colore della retroilluminazione all’interno di un’ampia fascia di colori, controllabile via software, in maniera immediata come mostrato dal seguente video.
Inoltre, ad ogni profilo è possibile associare un colore di retroilluminazione in modo da rendersi immediatamente conto del tipo di profilo caricato al momento.
Ovviamente, come le altre tastiere della famiglia G, è supportata la creazione di macro per poter associare la pressione di più tasti o l’esecuzione di differenti azioni ad un singolo elemento.
L’utilizzo è immediato e funzionale e, grazie alla disposizione dei tasti che, seppur compatta, ricalca quella della tastiera, di riesce subito ad essere operativi e a giocare a pieno regime dopo poco tempo.
Ho notato un leggero rallentamento di alcuni giochi che però è scomparso una volta che ho disabiltato le visualizzazioni inutili (lettore RSS, orologio,etc…) sul display lasciando quelle essenziali (CPU, statistiche di gioco).
In definitiva un attrezzo che mi ha convinto fin da subito come lo dimostra anche il video sotto, fatto dopo pochi minuti di uso del G13 con America’s Army 3 da cui si vede come, in tre partite, riesco a stendere 12 "bastardi". Diamo onore al 20% di manico al 60% di culo e, almeno un 20% diamolo alla nuova Logitech G13.
E’ inutile. Nonostante il genere del medical thriller sia uno dei miei generi preferiti, tutti gli scritti di

Kathy Reichs non mi prendono per niente.
Perdonate l’eufemismo ma la Reichs scrive con la fica invece che con il cervello.
Ma andiamo per ordine. Kathy Reichs è uno dei due autori che normalmente leggo (l’altro è Clive Cussler) che fà, nella vita reale, un lavoro analogo a quello che poi fa fare agli alter ego letterari.
Come la sua alter ego Tempe Brennan, anche Kathy Reichs è un’antropologa forense. Sara quindi perchè lavora con i morti, e in particolare con gli scheletri, ma Kathy Reichs è fredda come un ghiacciolo.
Che emozione si prova nel leggere i suoi libri. Niente. Zero. Nisba. Ricordo, ad esempio, l’inizio di Viaggio Fatale dove la nostra descrive la sua alter ego che passeggia su di un campo dove è appena avvenuto un disastro aereo. Morte, dolore, fuoco, fiamme, la descrizione dovrebbe far venire la pelle d’oca ad ogni lettore e invece la Reichs la trasforma in una fredda descrizione del luogo. Sembra come in quei racconti di persone che, sottoposte a intervento chirurgico, raccontano di essere usciti dal proprio corpo e di aver guardato la scena della propria operazione con un freddo distacco. Ecco, la lettura di un libro della Reichs è cosi.
Aggiungo danno alla beffa? Ci sono intere descrizioni e pagine di spiegazioni su cose che poi non avranno la benchè minima attinenza con il racconto. Ad esempio, in Duecentosei ossa, c’è una cena con i parenti dell’ex marito di Tempe. E via, due pagine a raccontare le vicende dell’esodo della famiglia dell’ex marito dalla Polonia agli stati uniti.
Continuo? L’incessante presenza dell’ambivalenza tra cultura francofona e anglofona che pervade gli scritti della Reichs. Capisco che l’ambientazione, il Quebec, si presta a questo contesto ma, al resto del mondo, non frega nulla che in un interrogatorio si chieda all’indiziato se preferisce farlo in francese o in inglese, non frega nulla del fatto che la Temple non riesca a capire di regione francofona sia un dato personaggio dalla sua parlata, non frega niente che gli anglofoni imprechino indicando parti anatomiche maschili mentre i francofoni utilizzino espressioni inerenti alla chiesa.
In definitiva, non fate come me…se potete, evitatela.
E’ questo il messaggio che vi aspetta se provate ad importare le impostazioni di Mozilla Firefox sul nuovo Google Chrome 2.0
In realtà il problema sembra essere presente solo nell’importazione dei motori di ricerca caricati in Firefox infatti basta scegliere di non importare questa sola configurazione 
per evitare di mandare in crash il nuovo browser di mamma Google. Un bug sicuramente da risolvere al più presto in quanto impatta, da subito, sul modo in cui un utente può porsi nei confronti di questo nuovo strumento.
E’ oltre una settimana che ho installato sul computer a casa e in ufficio il nuovo sistema operativo di casa Redmont spinto dalla curiosità, dalle news che circolavano in rete riguardo il buon funzionamento di questa Release Candidate Build 7100 e sia dal fatto che è liberamente scaricabile e usabile nella versione Ultimate e quindi nella versione più completa di quelle che saranno poi che pacchettizzazioni future di tale prodotto.
La versione scaricata scadrà il primo giugno 2010 ma, a partire dal primo marzo 2010, al fine di spingere verso l’acquisto di una versione commerciale, il computer inizierà ad arrestarsi ogni due ore.
Ma fino a tale data, c’è tempo per gustare a pieno questo nuovo prodotto e decidere se fare il grande balzo o meno.
Ovviamente, in una settimana di utilizzo sono tante le cose che ho notato, che ho apprezzato e che ora mi accingo a riportarvi con un unico fondamentale avvertimento: essendo direttamente saltato da Windows XP a Windows 7 e avendo completamente saltato Vista non sono molto pratico riguardo alle funzionalità presenti nel precedente OS Microsoft non sò se una qualche funzionalità nuova per me sia stata introdotta in Windows 7 o fosse già presente in Vista. Nel caso doveste trovare qualcosa in merito vi prego di farmelo presente.
La prima cosa che salta agli occhi durante l’installazione di Windows 7 è la sua semplicità ed efficenza. poche domande, ben poste e poche scelte senza alcun problema, imprecisione o possibile fraintendimento.
L’installazione scende giù liscia come l’olio e si riesce ad avere una macchina funzionante in tempi molto contenuti. La seconda cosa che sorprende è la lista di compatibilità di driver già presenti in questo sistema operativo. Su due computer che comprendevano schede RAID, schede video di ultima generazione, dual e quad core, dual monitor e molto altro, WIndows 7 ha riconosciuto automaticamente tutto l’hardware senza chiedermi assolutamente alcun driver esterno.
L’unico caso di "incompatibilità" è stato con il mio scanner Canoscan D660U, compatibilità dovuta però genericamente a tutti i sistemi a 64bit, non relativo quindi a questo sistema operativo in particolare, e dichiarato espressamente da Canon. Problema risolto installando lo scanner all’interno di un Windows XP su di una macchina virtuale.
Per il resto, tutti i programmi che avevo precedentemente installati hanno funzionato correttamente su Windows 7. L’unica accortezza è relativa, solo in alcuni casi, alla differente gestione del registry sotto differenti account per cui, alcune volte, è necessario dare il privilegi di amministratore all’esecuzione del programma. Ma basta un colpo di tasto destro del mouse ed è fatta.
Altra sorpresa positiva la si ottiene alla partenza del sistema operativo ed è relativa alla velocità di accensione del PC. I tempi sono veramente brevi anche dopo aver installato un bel po’ di applicazioni. Sto parlando di tempi inferiori al minuto, dal momento dell’accensione al momento in cui si ha la possibilità di lanciare ed usare appieno un programma quale Microsoft Word.
Se poi si usa la funzionalità di Hibernate (e non vedo motivi per non usarla), i tempi scendono a sotto i 30 secondi che sono numeri di tutto rispetto, se permettete.
Il menu "Start" ormai non lo si usa quasi più o meglio la si usa solo per la ricerca dell’applicazione e per l’avvio della stessa
La barra di avvio veloce è stata inteligentemente unita alla barra delle applicazioni. Nella stessa area appaiono ora, infatti, sia le applicazioni in esecuzione, sia quelle per l’avvio veloce
Nell’immagine sopra vedete da sinistra a destra, ad esempio, "Esplora risorse" e "IE" presenti nella TaskBar ma non in esecuzione, Firefox e Thunderbird in esecuzione, altri applicativi presenti come avvio veloce e l’ultimo, il Paint, in esecuzione ma che, una volta chiuso, sparisce dalla TaskBar in quanto non inserito come "applicazione veloce". La TaskBar è molto utile perchè, ad esempio, è possibile accedere ad una sorta di "Preferiti" per l’applicazione relativa. Se, ad esempio, si fà tasto destro su "Esplora risorse" o su "IE" si accede ad una lista delle ultime cartelle o degli ultimi siti web visitati con la possibilità di bloccare alcuni di questi "Preferiti" per averli sempre presenti nella lista.
I gadget sono ben fatti e occupano veramente poche risorse
ed è possibile scaricarne altri dal sito relativo.
Finalmente, nella dotazione standard è stato integrato un programma di grafica, il sostituto del vecchio paint che lavo
ra sui classici GIF/JPEG/PNG e inoltre è abbastanza intelligente da adattare automaticamente il formato di output al tipo di immagine che andremo a salvare proponendo, ad esempio, l’ottimo PNG per immagini con pochi colori e il JPEG per le fotografie
e due utility indispensabili che prima era necessario recuperare dalla rete; quella per prendere delle istantanee di parti o di tutto il monitor, chiamata "Snipping tool"
e, finalmente oserei dire, gli indispensabili post-it per evitare di ingombrare la nostra scrivania con tutti quei foglietti gialli. Ora possiamo ingombrare il nostro monitor
Ci sarebbero tante altre cose da dire, ma per ora vi lascio con questo breve assaggio assicurandovi che, per ora, su due PC, sono pienamente soddisfatto di come si sta comportando questo Windows 7. Magari ci risentiamo tra 7 giorni
.
Oggi ho corso contro me stesso…ed ho vinto.
Questa "magia" è potuta accadere grazie al Garmin Forerunner 305 e al suo "avversario virtuale" (virtual partner in inglese).
Con questa fantastica funzionalità è infatti possibile impostare le "prestazioni" di un avversario virtuale e poi correre contro questo "fantasma". E’ ossia possibile dire una cosa tipo: "voglio correre contro un avversario che va a 5min/km" oppure "contro uno che va a 5min/km per i primi 5 Km e poi a 5.30min/Km per il restante tempo", e cosi via.
Ma la cosa più bella e che è possibile dire: "voglio correre contro me stesso prendendo i dati dalla corsa di x giorni fa". In questo modo il Garmin segue esattamente la corsa effettuata dal mio "io" di x giorni fa e la confronta istante per istante con la corsa che sto effettuando.
Lo stimolo a migliorare te stesso ti viene dalle due visualizzazioni che, istante per istante, il Garmin FR305 ti da per mostrarti di quanti metri sei avanti (o dietro) al tuo te di x giorni fa.
Nella prima si vedono due "omini", il tuo partner virtuale e il tuo "io" attuale e l’indicazione visiva e in metri di quanto sei avanti o dietro.
La seconda invece mostra, nell’altimetria corrente, dove ti trovavi nella corsa selezionata e dove ti trovi nella corsa corrente. E’ un modo veramente fantastico di correre e ti permette veramente di misurarti contro te stesso per migliorare le tue prestazioni. Per esempio oggi ho avuto conferma che la corsa di venerdì, come accennavo, era stata sottotono a causa dell’allenamento di spinning di giovedì. Infatti oggi, alla partenza sono stato un po’ preso in contropiede dalla mia nemesi che è subito scattata e dopo qualche minuto era già 40 metri davanti a me. Ma dopo il primo Km la situazione si è ridotta e, al secondo Km ho raggiunto e superato il mio vecchio "io" con un vantaggio che è andato incrementando di minuto in minuto tant’è che al turn-over a Nereto ero già davanti di 100 metri e, come ero certo vista la mia pessima prestazione di venerdì, il mio vantaggio è aumentato molto anche al ritorno tant’è che, senza neanche spingere, alla fine ho battuto il mio avversario virtuale con un margine di ben 297 metri. Niente male!!! E poi la cosa bella è la possibilità, a posteriori, di confrontare vari parametri delle due corse in modo da vedere le differenze. Questo qui, ad esempio, è il raffronto delle velocità nelle due prestazioni dove la linea fucsia è la corsa di oggi e quella blu, quella di venerdì

Si nota effettivamente, in media, un andamento più allegro. La cosa bella si vede invece nel raffronto delle pulsazioni
dove, a fronte dell’incremento osservato sopra nella velocità, si nota invece un cuore più calmo e regolare, soprattutto negli ultimi chilometri.
Se volete vedere online la mia corsa di oggi, è sul solito sito Garmin Connect.
Beh, insomma, con questo tipo di strumentazione, c’è ne da dire su due semplici corsette, non vi pare?
Come ho fatto a correre senza finora?
Ecco, con questa frase, la recensione del Garmin Forerunner 305 potrebbe anche dirsi conclusa. Ma dato che non è bello essere superficiali allora forse è meglio aggiungere qualche altra piccola informazione a riguardo
Presentazione del prodotto.
Il Garmin Forerunner 305, che qui vedete a sinistra, è un orologio con integrato un ricevitore GPS e un cardiofrequenzimetro grazie all’ausilio di una fascia da applicare sul petto.
Con questo equipaggiamento di serie l’FR305 permette di registrare, istante per istante, la posizione, la velocità, il battito cardiaco e altri 39 parametri relativi a valori istantanei, valori di picco e valori medii.
L’FR305 è quindi uno strumento ideale per chi corre, fà trekking, ciclismo e qualsiasi altro tipo di sport in cui possa essere utile rilevare i suddetti valori e poi analizzarli in seguito per visualizzare il proprio stato fisico e la propria crescità agonistica.
Infatti, una volta giunti a casa, è possibile scaricare, via USB, i dati raccolti e analizzarli con il software di gestione incluso, chiamato Garmin Training Center, e/o esportarli eventualmente nel formato XML proprietario di Garmin, chiamato .tcx leggibile da altri software come, ad esempio, lo SportTracks o direttamente sull’apposito sito della Garmin.
Uso come cardiofrequenzimetro
Ovviamente lo strumento è adatto anche in situazioni in cui si usi solo una parte dei parametri registrabili.
E’ il caso, per esempio, di una lezione di spinning, dove ovviamente i parametri rilevati dal GPS non sono significativi ma lo sono invece quelli del cardiofrequenzimetro.
Questo qui sotto, ad esempio, è il grafico di una mia lezione di spinning con la mitica Annalisa, la nostra istruttrice presso la palestra Fashion di Pescara
Come si vede, al contrario di altri cardiofrequenzimetri, l’FR305 non ricorda solo il valore di picco e quello medio dell’attività ma ricorda ogni singolo campionamento eseguito. Questo permette di visualizzare a posteriori i momenti salienti dell’attività e di capire esattamente quanto tempo si è lavorato in fascia aerobica, quanto in fascia anaerobica e quanto invece in attivatà non rilevante ai fini della perdita di grassi o di rafforzamento del muscolo cardiaco.
Nel grafico sopra, ottenuto direttamente all’interno del Garmin Training Center, si nota, ad esempio, la fase iniziale di warm-up, la lenta salita durante la fase intermedia e i picchi (in questo caso obiettivamente un po’ troppo alti) nella fase di lavoro culminante durante rapidi jump a quattro tempi e momenti di jump in terza posizione. Si noti infine il conclusivo defaticamento finale.
Uso con GPS + Cardio
Ovviamente l’esempio sopra è un uso "monco" dello strumento che da il massimo di sè in attività "stradali" quali, ad esempio, il footing.
Innanzitutto c’è da dire che il Garmin Forerunner 305, al contrario di ciò che potrebbe far supporre l’aspetto, è, al polso, molto leggero e, durante la corsa, si dimentica praticamente subito, ma solo come peso perchè lo stimolo di andare a leggere a quanto si stà correndo, qual’è il proprio battito cardiaco, qual’è la pendenza della strada, è praticamente un’esigenza costante.



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